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Interpol – Turn on the bright lights

Gli ambienti post punk e indie esplorati dai 4 di New York

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Uno dei dischi d’esordio più interessanti, di quelli che lasciano il solco non solo vinilico; non di certo un capolavoro e nemmeno un’ingegnosa invenzione alla Bowie-maniera, ma un disco che merita di essere ascoltato e stravissuto.

“Turn on the bright lights” fu un acquisto quasi casuale, comprato sulla fiducia del mio vecchio rivenditore, il quale me lo propose assicurandomi il gradimento, vista la mia completa devozione per i Cure e per i Joy Division. Fu amore a primissimo ascolto. Infatti gli ambienti esplorati dai 4 di New York spaziano tra il post punk e l’indie, fusi insieme dalla sottile malinconia evocata dalla voce profonda di Paul Banks, inequivocabilmente influenzata dal genio, troppo debole, di Ian Curtis.

Ma a differenza dei Joy Division le atmosfere risultano più morbide e solari, meno isteriche, i riff scivolano dolcemente l’uno sull’altro rimanendo in secondo piano rispetto ai testi che non si affossano nella descrizione di desolazione e di isolamenti. Le sonorità hanno poco a che vedere con i virtuosismi a cui gli americani spesso si abbandonano e la produzione finale suggella l’omaggio alla pioggia e alle grigie colonne fumanti delle industrie di Manchester.

La sezione ritmica è una meraviglia grazie al basso di Carlos Dengler, pronto a riffare e accompagnare la chitarra prendendone, addirittura, spesso il sopravvento.
Tutti i pezzi meriterebbero una piccola citazione, ma “Untitled”, dolcissimo balbettio riverberato nella dichiarazione d’amore di un timido, è un piccolo capolavoro, apripista di “Obstacle 1”. Ma come non menzionare “Stella Was A Diver And She Was Always Down”, la sublime “Hands Away”, mantra che colpisce in centro al cuore, e poi “The New” e “Leif Erikson”.

Nei successivi album gli Interpol si perderanno totalmente ma “Turn on the bright lights” è degno di un posto di assoluto rispetto nella vostra collezione.

David Gallì