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The Cyborgs

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Il futuro andrà di moda

George Hanson: “Una volta questo era proprio un gran bel paese, e non riesco a capire quello che gli è successo” / Billy: “È che tutti hanno paura, ecco cos’è successo. Noi non possiamo neanche andare in uno di quegli alberghetti da due soldi, voglio dire proprio di quelli da due soldi, capisci? Credono che si vada a scannarli o qualcosa, hanno paura” / GH: “Sì, ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate” / B: “Ma quando… Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli” / GH: “Ah no… Quello che voi rappresentate per loro è la libertà” / B: Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto” / GH: “Ah sì, è vero. La libertà è tutto, d’accordo… Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah certo, ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale! Ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura” / B: “Eh la paura però non li fa scappare!” / GH: “No, ma li rende pericolosi”. George Hanson (Jack Nicholson) e Billy (Dennis Hopper) in Easy Rider di Dennis Hopper, 1969

Ecco, la prima immagine che mi è passata davanti all’ascolto del duo romano The Cyborgs (anche se la biografia presente sul loro sito ufficiale ipotizzi vengano da un luogo imprecisato e dall’anno 2110, in viaggio nel tempo alla ricerca di qualsiasi informazione possa mantenere ancora in vita il blues) è stata quella di moto rumorose in viaggio lungo spogli rettilinei di asfalto, di distese infinite fatte da aridi deserti ed assolate praterie, di viaggi senza meta e in parte senza speranza: e non perché la loro musica (definita da loro stessi come elettrorock boogie, definizione estremamente calzante) evochi di per sé tutta questa serie di immagini legate al millenario concetto di libertà; ma perché il genere da loro rimaneggiato fino all’estremo – il blues – è da sempre, nell’immaginario collettivo, la colonna sonora per eccellenza di questo tipo di esperienze. Forse l’unico “problema” che si può riscontrare in questo potente duo (se di “problema” si può trattare) è la totale e incondizionata adesione a un genere già ampiamente sfruttato e rivisitato in tutte le chiavi possibili, da sempre sordo a drastici cambi di rotta, e ormai da parecchio stagnante – per sua stessa natura – in una struttura che offre pochi spazi di manovra. Da un punto di vista “spirituale”, invece, questi aspetti non solo non sono un problema, ma anzi il punto di forza dei due: il blues, piaccia o meno (e a me “piaccia”!) non ha mai fatto del “cosa” si suona il fulcro della sua evoluzione, ma del “come” lo si suona. The Cyborgs sono potenti, pieni di groove, ipnotici, ironici ed autoironici, prendono sul serio il loro non prendersi sul serio, sanno di aver trovato una formula interessante e la sfruttano fino all’ultimo, ma senza mai scadere nel manierismo. Confortanti segnali dal futuro.

Flavio Talamonti