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Ad Personam: il nuovo libro di Marco Travaglio

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travaglio

Un libro, come dichiara l’autore, che racconta oltre 100 leggi, con mandanti, moventi, esecutori materiali e bilancio dei danni, accomunate da un denominatore comune: non sono nate per l’interesse di tutti, ma per l’interesse di uno o di qualcuno contro quello di tutti.

Ho deciso di scrivere questo libro quando ho letto sui giornali che il «processo breve» e il «legittimo impedimento» sarebbero, nell’ordine, la diciannovesima e la ventesima legge ad personam della Seconda Repubblica, intendendo come personam Silvio Berlusconi.
Scorrendo gli elenchi degli ultimi mesi, ho subito scoperto che non era mai citata la prima: il decreto Biondi del 1994. Vuoi vedere – mi son detto – che ne dimenticano qualcuna?
Ho fatto un po’ di ricerche a ritroso e ho scoperto che di leggi ad personam pro Berlusconi (fra quelle fatte apposta per lui e quelle di cui lui o le sue aziende si sono avvantaggiati) negli ultimi sedici anni ne sono state approvate ben 36. Più altre 11 tentate e poi abortite, oppure approvate in un solo ramo del Parlamento e poi accantonate per i più svariati motivi, o ancora progettate e lì pronte, come colpi in canna, a essere sparate alla prima occasione utile.

A queste vanno aggiunte 16 leggi fatte su misura per un’altra personam, diversa dal Cavaliere: di almeno 5 norme ha beneficiato, in alcuni casi in esclusiva, Marcello Dell’Utri, e con 3 è stato fulminato Gian Carlo Caselli per impedirgli di diventare procuratore nazionale antimafia (3 norme contra personam, ma anche ad personam, visto che hanno favorito l’altro candidato alla Superprocura, Piero Grasso); ben 4 fra norme e provvedimenti sono stati adottati per salvare il generale Niccolò Pollari e gli spioni suoi coimputati per il sequestro di Abu Omar e le schedature del Sismi; 2 sono stati fatti apposta per levare dai guai gli spioni della security Telecom; un’altra – una delle prime ad personam diversa dal Cavaliere – fu varata apposta per riaprire la già chiusa revisione del processo ad Adriano Sofri, condannato per l’omicidio Calabresi.
Poi ci sono le leggi «ad mafiam»: 8 in tutto, una ogni biennio, contando solo quelle definitivamente approvate, a cui ne vanno aggiunte almeno 5 tentate e finora fortunatamente abortite: tutte ispirate al papello di Totò Riina. E come dimenticare le leggi «ad personas» (specialità del centrosinistra), tagliate addosso a intere categorie di mandarini intoccabili, ansiosi di non pagare mai pegno per le loro illegalità? Ne ho calcolate ben 18 approvate, più di una all’anno, e altre 7 rimaste a metà dell’opera. Impossibile contare, poi, le leggi «ad castam», per proteggere i privilegi della classe politica. E le leggi «ad aziendas», per tutelare il bottino dei soliti noti imprenditori, anzi prenditori. E soprattutto le leggi «contra Iustitiam», che l’hanno irrimediabilmente sfasciata e ridotta in stato comatoso per la gioia degli imputati-impuniti eccellenti.
[..] Questo libro racconta oltre 100 leggi, con mandanti, moventi, esecutori materiali e bilancio dei danni, accomunate da un denominatore comune: non sono nate per l’interesse di tutti, ma per l’interesse di uno o di qualcuno contro quello di tutti. È il conflitto d’interessi che si fa Stato, anzi come dice Daniele Luttazzi – «ambiente». Che diventa «Costituzione materiale» senza neppure il bisogno di modificare la Costituzione vigente (si fa per dire). È il berlusconismo che s’insinua come una metastasi nelle istituzioni repubblicane corrompendole fin dentro la testa. Il berlusconismo che ha modellato a sua immagine e somiglianza anche il grosso del centrosinistra, ormai incapace di uscire dal recinto mentale del pensiero unico, dell’agenda unica e del linguaggio unico del padrone d’Italia. È una filosofia che ha mitridatizzato un po’ tutti, rendendoci impermeabili allo sdegno, allo scandalo e alla vergogna dell’uso privato del pubblico.
Così, oggi, viene naturale pensare che, se un comportamento non corrisponde a una legge, è la legge che va cambiata, non il comportamento.
E se una legge non corrisponde alla Costituzione, è sbagliata la Costituzione, non la legge.
Intanto l’Italia si accinge a celebrare i 150 anni dello Stato unitario dimenticandone l’artefice primo, Camillo Benso conte di Cavour: lo statista che in una lettera a Urbano Rattazzi confessava il proprio imbarazzo per aver ricevuto in regalo una trota pescata in acque demaniali, dunque di proprietà pubblica. E quando l’amico banchiere Rothschild gli prospettò una speculazione finanziaria su certi titoli ferroviari, Cavour lo diffidò bruscamente dal proporgli mai più affari che configurassero un simile conflitto d’interessi. Sì, molto meglio dimenticarlo, quel conte matto.
«Facciamo le riforme!», dice un personaggio di Altan sull’«Espresso» del 21 gennaio 2010. L’altro lo guarda perplesso: «Ancora? Ma non le avevamo già fatte?». Sono sedici anni che sentiamo parlare di «riforma della Giustizia». E chi ne parla non precisa mai quale riforma, per fare che cosa. Intanto, nel paese che ha perso il conto delle sue leggi (chi dice che siano 100mila, chi 150mila, chi 300mila, contro le 10mila della Francia e le 8mila della Germania), un dato è certo: nessun altro settore della vita civile è stato «riformato» nella Seconda Repubblica quanto la Giustizia. Nel suo Fine pena mai (Il Saggiatore, Milano 2007), Luigi Ferrarella calcolava quasi 150 leggi in materia negli ultimi dieci anni. Essendone passati altri tre dall’uscita del libro, veleggiamo verso le 200. Tutte immancabilmente presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno tutte sortito l’immancabile effetto opposto: allungare vie più i tempi biblici della Giustizia. Strepitosa la sequenza denunciata dai Procuratori generali della Cassazione inaugurando gli anni giudiziari a cavallo fra il quinquennio pieno dell’Ulivo e quello della Casa delle Libertà: nel 1999 il processo penale durava in media 1457 giorni; nel 2000 era salito a 1652; nel 2003 a 1805. Poi hanno smesso di contarli. Risultato: un doppio vantaggio per la Casta, anzi per la Cosca, che salva se stessa e gli amici degli amici (180mila prescrizioni all’anno, 465 al giorno, festivi compresi) e può pure addossare ai magistrati le colpe dello Sfascio. Che è l’unica vera Grande Riforma progettata e realizzata in questi sedici anni da incubo. Tanto pagano i cittadini: la tassa occulta dei tempi della Giustizia penale e civile ci ruba 2,2 miliardi di euro all’anno, che vanno ad aggiungersi ai costi annui della corruzione, stimati dalla Banca Mondiale in 40 miliardi.
Che i legislatori lo facciano apposta o meno (buona la prima),cambia poco. Ce n’è abbastanza, in entrambi i casi, per mandarli a casa in blocco: nel primo sono dei mascalzoni, nel secondo degli incapaci.
Due ottimi motivi per liberarcene e per chiedere a quelli nuovi di astenersi per un po’ da nuove «riforme» limitandosi ad aumentare un pochino gli stanziamenti per l’ordinaria amministrazione: chissà che, lasciata finalmente in pace da questi sedicenti riformatori di nonsisaché, la Giustizia non riprenda vita e colore da sola.
Diceva Bossi nel 1994: «Quando Berlusconi strilla, buon segno: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte». Aveva capito tutto. Oggi invece è vietato lasciarlo strillare: appena alza un po’ la voce, ecco subito corrergli in soccorso un finto «garante» come il capo dello Stato, o un finto oppositore (manca lo spazio per elencarli tutti) a battergli la mano sulla spalla: non fare così, Silvio, ora ci pensiamo noi. E così, di ricatto in ricatto, di cedimento in cedimento,
di compromesso in compromesso (sempre al ribasso), di inciucio in inciucio, muoiono la Giustizia, la Legalità e la Democrazia.
Si parla sempre di do ut des, ma si vede soltanto il do e mai il des.
Si dice sempre «è l’ultima volta», invece è sempre la penultima. Si dice sempre «è il male minore». Ma, come diceva Paolo Sylos Labini, raro esemplare di uomo intransigente in un paese di molluschi, «il male minore non esiste: è solo una porta aperta verso il prossimo male peggiore». Si cambiano le parole per cambiare la storia e la realtà. Si parla di «riforme» per non dire impunità. Si parla di «dialogo» per non dire racket. Si parla di «pacificazione» per non dire estorsione. Viene in mente Tacito sugli orrori dell’impero romano: «Distruggere, trucidare, rubare: questo, con falso nome, chiamano impero. E là dove hanno fatto il deserto, l’hanno chiamato pace».

Marco Travaglio
da “Ad Personam”