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DNA restituisce onore e dignità ad un martire delle Fosse Ardeatine

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ARDEATINA – La notizia pubblicata lo scorso aprile dal Messaggero ha documentato che, grazie all’esame del DNA, è stato possibile identificare un altro dei caduti delle Fosse Ardeatine, rimasto fino ad ora ignoto. Marian Reicher, di religione ebraica, è nato in Polonia nel 1901 e perse la vita nella terribile carneficina del 24 marzo 1944, anch’egli nella lista delle 335 vittime di quella rappresaglia di violenza inaudita.

L’ECCIDIO E IL TENTATIVO DI OCCULTAMENTO

Come è noto, l’antefatto storico che determinò la strage fu l’attentato compiuto il 23 marzo 1944 dai Gruppi di azione partigiana (GAP) romani a via Rasella, che provocò la morte di 33 soldati nazisti e scatenò il desiderio di vendetta dei tedeschi. Tra i vari studiosi che si sono occupati dell’argomento, lo storico Alessandro Portelli e il giornalista Corrado Augias. I nazisti vollero punire Roma in modo esemplare e decisero che per ognuno dei 33 tedeschi morti sarebbero stati giustiziati dieci italiani. Terminato il massacro, i genieri tedeschi fecero saltare con la dinamite l’ingresso delle grotte e non fecero trapelare nulla fino al comunicato ufficiale. Nei giorni successivi, per coprire il lezzo della putrefazione, due camion scaricarono immondizie davanti all’ingresso della cava, ma con il passare del tempo iniziò uno spontaneo pellegrinaggio popolare e i rifiuti vennero coperti da fiori, scritte e reliquie. Comunque solo dopo la Liberazione di Roma del 4 giugno 1944 la verità dei fatti poté essere accertata.

LA COMMISSIONE ASCARELLI

Nemmeno un mese dopo, nel luglio 1944, fu affidato al docente di medicina legale alla Sapienza professor Attilio Ascarelli l’incarico di presiedere la commissione che dovette rimuovere molta terra per penetrare nelle gallerie in condizioni terribili e dopo mesi di pietoso lavoro riuscì ad identificare 322 delle 335 vittime, quasi sempre grazie agli oggetti personali trovati sui cadaveri. Infatti il riconoscimento dei familiari venne escluso o perché impossibile o perché improponibile a chi avesse avuto legami affettivi con la vittima, come risulta dalle atterrite parole dello stesso Ascarelli, nato da genitori ebraici e zio di due degli uccisi: “I corpi poco si vedevano, ma dal terriccio e dalla pozzolana intrisa del grasso cadaverico, che amalgamava le salme, emergevano qua un piede, là un paio di scarpe, là un teschio intero o frantumato, ora un arto ora un brandello di vestito. Tra le misera sparse membra brulicavano insetti, miriadi di larve si nutrivano della maciullate carni, circolavano grossi e numerosi topi che fuoriuscivano fra le insepolte e incustodite spoglie e dai frantumati crani”.

LE INDAGINI DEL RIS

L’identificazione di Reicher dello scorso 24 aprile è stata possibile grazie al lavoro che era stato avviato fin dal 2010 dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti, con il supporto fondamentale del Reparto Investigazioni Scientifiche (in sigla RIS) dell’Arma dei Carabinieri e del laboratorio di Antropologia Molecolare dell’Università di Firenze. L’attività è stata resa possibile grazie alla continua collaborazione in atto tra il Commissariato Generale, l’Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri delle Fosse Ardeatine (ANFIM) e la comunità ebraica. In precedenza era stato possibile identificare altre tre salme rimaste senza nome, Salvatore La Rosa e Marco Moscati nel 2011 e Michele Partito nel 2012. Così, a distanza di 76 anni, proseguirà ancora l’impegno di familiari, esperti e Forze dell’Ordine per assegnare un nome alle otto salme ignote. L’ANFIM venne costituita nel 1944 proprio con lo scopo di dare un nome e una degna sepoltura ai fucilati nell’eccidio, promuovendo visite guidate al mausoleo ardeatino e producendo materiale storico e documentario e organizzando iniziative per conservare la memoria anche dei massacri di Forte Bravetta e de La Storta.

Andrea Ugolini