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I banchetti dei nostri antenati

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A Roman Feast; Roberto Bompiani (Italian (Roman), 1821 - 1908); late 19th century; Oil on canvas; 127 x 163.8 cm (50 x 64 1/2 in.); 72.PA.4

A breve saremo nuovamente invasi dalle grandi quantità di cibo che arricchiranno le nostre tavole secondo le migliori tradizioni culinarie italiane. Senza contare che il Natale è la giusta scusa per le grandi riunioni familiari che portano quella serenità necessaria ad affrontare il gelido inverno.

Anche nell’antichità romana e nell’epoca medievale ci si riuniva in grandi sale per consumare sfarzosi banchetti.

I romani mangiavano in maniera veloce e leggera durante il giorno, con una colazione a base di carboidrati e frutta o latticini, ed anche il pranzo era completo di carboidrati, proteine e frutta, ma in porzioni ridotte tanto che, entrambi questi pasti, erano consumati senza sedersi e senza coperti, un’usanza definita sine mensa.

Il vero e proprio pasto era la cena (coena) che, per i ricchi, era un sontuoso banchetto accompagnato da musici, mimi e bellissime decorazioni assai scenografiche con fontanili e composizioni floreali. I patrizi, riuniti nelle loro ampie case, le domus, si sistemavano nella stanza che prendeva il nome dalle sedute attorno alle tavole imbandite: il triclinium, che permetteva di adagiarsi semidistesi, di lato o proni, quindi appoggiarsi su un braccio e prendere il cibo e il vino (mulsum) con la mano libera. Il triclinio era riservato solo ad alcune personalità: veniva designato un nomenclator al banchetto che assegnava ad ogni ospite una seduta specifica, mentre un soprintendente gestiva la distribuzione del vino e delle portate. Le pietanze, preparate da un archimagirus e dai suoi aiuti, consistevano in un antipasto seguito da primi piatti e carni molto speziati (spesso accompagnate dal garum, una salsa di acciughe e erbe aromatiche), che non di rado causavano disturbi di stomaco ai commensali già piuttosto obesi. Con i dolci si concludevano queste abbuffate che iniziavano nel pomeriggio e terminavano prima di notte fonda; accadeva raramente, infatti, che i banchetti di alcuni imperatori durassero fino al mattino.

Diversa era la situazione per la plebe, che viveva in affitto in insulse, appartamenti su più piani simili a monolocali ma con la cucina in comune: per quanto erano affollate queste cucine i poveri consumavano pasti frugali in camera o nelle taverne.

Analizzare la cucina medievale vuol dire prendere ad esempio le usanze culinarie che accomunano circa mille anni di storia (dalla fine del 400 d.C. fino al 1492): alla base della dieta c’erano i cereali consumati in molti modi, arricchiti e insaporiti da spezie e verdure, più raramente troviamo la carne (prodotto abbastanza costoso).

Col trascorrere dei secoli, con l’aumento delle guerre e delle scorrerie di banditi e con l’aumento dei costi dei trasporti, alcuni decreti imperiali impedirono alle classi artigiane e ai contadini di mangiare cibi d’importazione, destinati solo alla nobiltà.

C’era un largo uso di derivati degli animali, di mandorle e miele (come anche nel vino), oltre che di spezie che donavano un sapore agrodolce ai cibi.

Con l’affermazione del Cristianesimo cambiarono le abitudini alimentari della società europea: iniziò ad essere di moda il digiuno tra i nobili e la limitazione della carne favorì il consumo di pesce.

Sulle tavole dei nobili troviamo quindi diversi cibi freschi (cereali, verdure, selvaggina e pesce) insaporiti con miele e spezie orientali, mentre le famiglie contadine consumavano principalmente legumi, maiale e derivati degli animali.

Possiamo quindi considerarci fortunati, oggi, di poter scegliere cosa mangiare tenendo conto dei nostri palati e delle nostre tasche, potendo anche ricorrere ad un buon digestivo se il troppo cibo natalizio dovesse crearci gli stessi problemi che le abbondanti libagioni causavano ai nostri (ricchi) antenati buongustai.

Veronica Loscrì