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Edoardo Bennato

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Burattino senza fili

Una cosa che, da quando scrivo di musica, mi sono da sempre imposto per principio (e che mi è venuta naturale per predisposizioni caratteriali) è stata quella di non scrivere articoli “contro”. Sì all’evidenziare i difetti, a suggerire modifiche, a criticare intere parti dell’album: ma non ho intenzione di sprecare il mio tempo a scrivere di musica orrenda, dopo averne sprecato per ascoltarla. Senza contare che ho imparato a distinguere i miei gusti personali dalle offese alla mia intelligenza, gli errori acerbi di chi suona da poco da chi utilizza la sua esperienza per cercare di farmi passare per bella, musica veramente discutibile, se non addirittura scadente. Un’altra cosa che ho imparato ad evitare sono i preconcetti, le convinzioni più radicate, le antipatie a pelle: mantenere il beneficio del dubbio per il tempo dell’ascolto del disco, e arrivare fino alla fine per vedere se i miei pregiudizi saranno o no confermati. Tutto questo per dire che in questo momento sto scrivendo di un artista che non ho mai sopportato: ho sempre giudicato Bennato come sopravvalutato, sia per l’uso (per me odioso) che fa della voce, sia per una scrittura troppo facile e scontata, legata ad un immaginario (quello del rock’n’roll anni ’50) ormai sviscerato in tutte le sue forme, e decisamente superato ed abusato. Ma l’ascolto di “Burattino senza fili” mi ha dato modo di capire come la produzione del cantautore napoletano non sia stata solo votata ad operazioni di revival, ma come sia stata capace di produrre materiale forte capace di attingere dall’immaginario collettivo (il “Pinocchio” di Collodi) e di utilizzarlo per fare satira sociale, facendo allo stesso tempo della propria propensione rock non uno sterile manierismo ma una solida e riuscita struttura per i suoi testi. Scusa, Edoardo. Certo, ’sta voce…

Flavio Talamonti