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Resti di un’azienda agricola del III secolo a.C. a San Giovanni

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I lavori della metro C riportano alla luce la più grande vasca di irrigazione mai trovata

Tratto da Urlo n.122 febbraio 2015

ROMA – Ci sono voluti duemila anni e i lavori per la costruzione della metro C in zona San Giovanni per riportare alla luce i resti di un’antica azienda agricola del III secolo a.C. I primi ritrovamenti risalgono all’agosto del 2012 quando la ruspa degli scavatori, lavorando ad una profondità di venti metri, cominciò a far riemergere i primi resti di un bacino per la raccolta dell’acqua. La struttura, straordinaria per le sue dimensioni, era solo una parte di un’enorme azienda agricola che sorgeva alle porte dell’Urbe. Il ritrovamento è avvenuto all’interno di un cantiere in via La Spezia e, non appena verificata la scoperta, i lavori per riportarla alla luce sono passati alla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici, che si è avvalsa della collaborazione della Cooperativa Archeologica. “La vasca – dicono Francesca Montella e Simona Moretta, le archeologhe che hanno partecipato al progetto – interamente ricoperta di coccio idraulico, misurava 35 metri per 70 e poteva arrivare a contenere fino a 4 milioni di litri d’acqua, svolgendo la funzione di riserva idrica per le coltivazioni e da vasca di compressione in occasione delle piene dell’Aqua Crabra, fiume che scorreva lì nei pressi”. L’azienda agricola di cui faceva parte sorgeva alle porte di Roma ed è la più grande e importante mai scoperta. Le dimensioni eccezionali, il luogo del ritrovamento, San Giovanni, zona su cui scarse erano le informazioni storiche e documentali a causa delle numerose stratificazioni già risalenti all’età repubblicana e imperiale, oltre al sorprendente stato di conservazione dei reperti paleobotanici, fanno di questo ritrovamento un unicum nel suo genere. “È possibile – dice ancora Rossella Rea, responsabile scientifico degli scavi archeologici – che la vasca si estendesse verso le Mura Aureliane in direzione dell’attuale piazzale Appio e che il tratto interessato dalla linea A non sia stato nemmeno intercettato, andando dunque perduto”. La scelta di insediarsi in questa zona rese necessario sin dall’inizio l’erezione di un argine. Realizzato nel III secolo a.C., largo 3 metri, lungo 130 e interamente ricoperto di cappellaccio, serviva per proteggere le coltivazioni dalle ricorrenti esondazioni del fiume e grazie ad un reticolo interno, che da questo si dipartiva, fungeva da via d’accesso all’azienda agricola stessa. Questa, che doveva ospitare orti e frutteti, misurava 6,5 iugeri, l’equivalente di 14 mila mq, e era servita da un sofisticato sistema di irrigazione garantito dalle rotae aquariae, che avevano lo scopo di prendere l’acqua e spingerla nei canali irrigui. La fattoria sorgeva vicinissima alla linea daziaria, quella linea che per essere attraversata con merci al seguito imponeva il pagamento di un pedaggio, e dove due secoli dopo sarebbero state erette le Mura Aureliane. Un altro elemento di straordinarietà è l’eccezionale stato di conservazione dei numerosi reperti lignei costituiti in particolare da noccioli di pesco, fusti e radici di alberi ancora visibili dopo due millenni grazie alle particolari condizioni di umidità e anossicità del microambiente in cui si trovavano. I resti di 6 ceppaie poste a intervalli regolari testimoniano dell’arrivo a Roma nel I secolo d.C. dalle regioni del Vicino Oriente di nuovi tipi di coltivazioni, tutti appartenenti al genere Prunus, come il pruno appunto, l’albicocco e il pesco in particolare, che, oltre alla più tradizionale coltura della vite, doveva essere una delle piante più intensamente coltivate in quest’azienda. Non sono mancati anche altri ritrovamenti come attrezzi agricoli, un forcone metallico a tre punte, altri usati per la caccia come punte di freccia, ceste per la raccolta e un paio di scarpe, probabilmente prodotte in loco dall’antica manovalanza che qui trascorreva le sue giornate lavorative. L’alto livello di efficienza dell’azienda è testimoniato anche da un sistema di recupero delle acque irrigue, che venivano gestite attraverso un canale in blocchi di tufo repubblicano, coperto da anfore e tegole poggiate su tavole di legno. Ancora avvolto dal mistero è invece il nome del proprietario di questa azienda. Si trattava forse di un facoltoso liberto, a cui sembrano riferirsi due lettere iniziali, “TL”, ritrovate impresse su tegole, tubuli, antefisse e altri tipi di materiale fittile. Dalle prime ricostruzioni, sembra che l’azienda subisca una fase di declino verso la fine del I secolo d.C. quando Frontino, nominato curator aquarum nel 97 d.C dall’imperatore Nerva, esegue il sequestro dell’Aqua Crabra, distribuita per proprio tornaconto dai fontanieri di Roma, per restituirla ai Tuscolani. È possibile che nella zona le sorprese non siano ancora finite e che futuri scavi possano aiutare a fare maggiore luce sugli insediamenti che vi si trovavano. Al momento si pensa ad un progetto di valorizzazione delle strutture finora trovate, per cui alcune parti della vasca sembrano destinate a trovare uno spazio espositivo all’interno della futura stazione di San Giovanni.

Stefano Lippera