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Rifugiati afgani all’ex Forlanini: il Comune proroga la chiusura al 30 giugno

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Dopo le proteste arriva la decisione, ma la questione accoglienza resta aperta. All’Air terminal si chiede un punto di orientamento per i profughi: a giugno incontro con le istituzioni.
Nello scorso numero avevamo raccontato le polemiche sorte a seguito della ventilata chiusura del centro di accoglienza provvisorio per rifugiati afgani, predisposto nell’ambito del piano freddo, presso l’ex ospedale Forlanini. A seguito del Consiglio comunale straordinario richiesto da Massimiliano Ortu (Prc), Vicepresidente del Consiglio del Municipio XVI, e Tiziana Capriotti (Pd), Delegata del Municipio alle Politiche dell’intercultura e dell’immigrazione, è stato elaborato un documento in cui si chiedeva di conferire alla struttura un’utilità sociale, facendola restare pubblica e a disposizione dei cittadini, trasformandola, come ha detto lo stesso Ortu “in un centro di accoglienza permanente”. Lo stesso Ortu ha anche richiamato l’attenzione della Regione su questo problema poiché “non è solo il Comune il soggetto istituzionale interessato”, aggiungendo che “sarebbe ridicolo che una città europea, la capitale d’Italia, non fosse in grado di dotarsi delle strutture adeguate per garantire a chi fugge dalla guerra assistenza e diritti previsti dalle convenzioni internazionali”. A parte la decisione di prorogare la chiusura del centro di accoglienza provvisorio però, dal Comune e dall’Assessorato competente, quello delle Politiche Sociali, non è arrivata nessuna dichiarazione ufficiale. Se Alemanno e l’Assessore Belviso non si pronunciano, a intervenire è Fabrizio Santori (Pdl), Presidente della Commissione Sicurezza del Comune. Quando lo raggiungiamo chiedendogli ragguagli sulle scelte che intende prendere l’Amministrazione sulle politiche di accoglienza e gestione dei richiedenti asilo conferma che nella zona del XVI Municipio non sono stati riscontrati problemi di sicurezza o decoro. Ma riguardo alle politiche di accoglienza è netto: “Accogliamo migliaia di rifugiati politici che arrivano da tutto il mondo ma non possiamo garantire una sistemazione a tutti. Quando non si trovano collocazioni adeguate – prosegue – i profughi si disperdono sul territorio, per questo abbiamo chiesto l’aiuto del Governo, perché, almeno nei casi di delinquenza accertata, si proceda all’espulsione accompagnata”. Santori esclude poi la possibilità di convertire la struttura dell’ex Forlanini in un centro di accoglienza, chiosando: “La Polverini ha detto di voler riaprire quell’ospedale perché è una struttura di primo livello e di riferimento per la popolazione e non può restare chiusa”. A ribadire questa opinione è Marco Giudici (Pdl), Consigliere del Municipio XVI, che dichiara: “È necessario risolvere il problema dei profughi afgani trasferendoli altrove, per lasciare spazio ad un centro socio-sanitario, lo chiedono i cittadini e lo esige il buon senso”. Tuttavia l’ipotesi di ripristinare il vecchio polo ospedaliero pare quantomeno utopistica considerata la condizione già disastrosa della sanità laziale, ancora al centro del Piano di Rientro, e tenendo conto che si è ormai consolidata la confluenza dei servizi del vecchio presidio nell’Azienda ospedaliera “San Camillo-Forlanini”. Intanto però un’emergenza nuova non ne cancella una radicata e annosa. All’Air terminal Ostiense, tra la “buca” e le aree limitrofe restano insediati in alloggi di fortuna un centinaio di afgani e, dopo la rissa del 23 aprile a via Palos, in cui rimasero ferite quattro persone, si sono accesi nuovi focolai di polemiche. Le associazioni hanno contestato a più riprese il trattamento mediatico riservato all’episodio di violenza interna alla comunità afgana, viziato da un “atteggiamento di xenofobia e razzismo” e ricordando come mai prima di allora si fossero verificati disordini.  A sostenere le associazioni, che si sono costituite in una Rete cittadina di tutela dei rifugiati afgani, è stato il Presidente dell’XI Municipio Andrea Catarci (Sel), che pure non ha lesinato critiche ai quotidiani nazionali, in particolare a Il Messaggero, che il giorno dopo l’accaduto parlava di una “rissa tra cento afgani” avvenuta “per il controllo del traffico di droga e di esseri umani”. Proprio in un incontro presso il Municipio XI le associazioni, che hanno assistito i richiedenti asilo dell’ex Forlanini dalla chiusura del Piano freddo fino alla decisione della proroga e che dal 2006 operano all’Air Terminal offrendo assistenza medica, pasti e indumenti ai profughi afgani, hanno presentato una lettera aperta alle Istituzioni in cui chiedevano interventi strutturali per ovviare ad una situazione che “rischia di precipitare nuovamente”. Eva Gilmore dell’associazione YoMigro, Marie-Aude Tavoso di Medu (Medici per i diritti umani) e Giovanna Cavallo di ACTIon hanno ricordato che la questione dei richiedenti asilo afgani “attiene ai diritti dell’uomo, in particolare al diritto d’asilo sancito dalla nostra Costituzione e dall’Unione Europea e non può essere affrontata secondo i criteri di ordine pubblico, con demolizioni e sgomberi coatti”. La loro proposta, che nel tempo è stata ribadita più volte, è quella di creare un “punto fisso di orientamento” , un luogo cioè dove i richiedenti asilo possano “accedere, oltre che alle cure urgenti, anche alle informazioni circa la loro posizione legale”. Gli attivisti infatti sottolineano come la carenza di accesso ai diritti renda gli afgani “un gruppo particolarmente vulnerabile, emarginato e a rischio”. Riguardo alle richieste avanzate dalle associazioni Fabrizio Santori commenta: “Non abbiamo le case popolari, non abbiamo i fondi necessari per la copertura delle spese per i servizi ai disabili, per questo non capisco la demagogia su questo aspetto”. E continua: “Le strutture ci sono ma il Comune ha a disposizione risorse limitate e la priorità è la città di Roma con i romani, ferma restando l’attenzione e la solidarietà nei confronti degli immigrati”. Ma le associazioni non arrestano il proprio impegno, che è volto a risolvere una situazione emergenziale ben visibile a tutti e che palesa le carenze che persistono nella Capitale. Per questo è stato indetto un incontro per giugno, la cui data sarà precisata a breve e a cui interverranno rappresentanti di tutte le Istituzioni, tra cui membri della Commissione Parlamentare per i Diritti Umani e responsabili del Ministero dell’Interno, struttura che ha competenza diretta sui CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo). Potrebbe essere l’occasione per rilanciare la questione ad un livello non solo locale, allargando l’interesse e sollecitando amministrazioni e forze politiche diverse tra loro.

Stefano Cangiano