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Quella vecchia buona scuola romana

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L’istruzione scolastica, considerata come trasmissione di conoscenze tra generazioni, è passata dall’essere una pratica sociale che riguarda il ruolo del singolo individuo nella propria comunità a una pratica sociale giudicante, classificata e impostata, cioè divisa in materie predefinite.
Oggi sono in molti a lamentarsi delle ripetute ed estemporanee riforme scolastiche che a livello istituzionale si stanno sfornando, come fossero biscotti, senza esito alcuno; ciò nonostante stanno nascendo nuove realtà educative (scuole nel bosco, educazione parentale, etc) che trovano le loro radici nei principi alla base del sistema scolastico della Roma antica.
I bambini che scorrazzavano sulle antiche vie dell’Urbe passavano i primi anni della loro vita ad essere educati dai genitori, ma soprattutto dal padre che insegnava i rudimenti di grammatica e aritmetica e di alcune pratiche socio-politiche della tradizione romana. Le ricche famiglie dei patrizi affidavano l’educazione dei figli di circa otto anni a un pedagogo, spesso reso in condizione di schiavitù. Si era in presenza di maestri sottopagati, costretti a trovare altre occupazioni, maltrattati e considerati dai loro studenti alla stregua di servitori. Conseguenza di questo clima era che gli adulti usassero punizioni corporali sugli studenti per farsi ascoltare.
Attorno al II secolo a.C. Roma, conquistando la Magna Grecia (il sud Italia), andò incontro ad un periodo di “ellenizzazione”, cioè contaminazione con la cultura greca; ma, in prima battuta, il tentativo fu quello di ghettizzare tutto ciò che fosse diverso da cultura e tradizione romana e italica. Nel giro di qualche decennio, tuttavia, i romani compresero l’arricchimento culturale che portavano i greci e si adoperarono per la graduale integrazione che portò al miglioramento della condizione scolastica in quei secoli. Si passò così ad un maestro spesso greco e a volte cittadino libero, anche se ancora sottopagato.
Le famiglie più umili, non avendo facile accesso all’istruzione perchè considerata un’arma in grado di suscitare movimenti di ribellione se diffusa tra i ceti inferiori, si organizzano con collette per pagare un maestro al fine di fornire un’istruzione ai loro ragazzi.
Nella Roma Imperiale si cercò di rendere l’istruzione un aspetto fondamentale della vita di un giovane cittadino in ogni luogo dell’impero, che fosse patrizio o di ceti inferiori, rafforzando il ruolo del maestro con esenzioni dalle tasse cittadine e la corresponsione di compensi statali; venne inoltre creato anche un calendario scolastico con vacanze nei mesi più caldi ed ogni giorno si studiava, dal mattino, per sei ore intervallate dalla pausa pranzo. Ragazzi e ragazze romani erano seguiti dal pedagogo fino ai 12 anni circa, periodo della fanciullezza, quando le ragazze si preparavano per la vita da future mogli mentre i maschi proseguivano gli studi.
Sempre con maestri in maggioranza greci iniziano in quell’età gli studi più sofisticati di lingua greca, letteratura, storia, geografia, astronomia e soprattutto di retorica: un buon cittadino romano doveva essere in grado di esprimersi con eloquenza e con sicurezza, di portare dalla sua i favori dei suoi concittadini affermando ipotesi e smontando i discorsi dei propri interlocutori.
I metodi educativi erano privi di ogni fondamento pedagogico e psicologico: ad esempio si imparava a leggere e scrivere con metodi macchinosi e noiosamente ripetitivi, infatti molto si basava sull’imparare a memoria la composizione alfabetica e grammaticale delle parole e delle frasi. Per fortuna oggi si bada molto ai metodi educativi, al rispetto dei tempi d’apprendimento dello studente e all’instaurazione di un buon rapporto studente-insegnante che favorisce la trasmissione delle conoscenze da una generazione all’altra.

Veronica Loscrì